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Riconversione degli zuccherifici e agroenergie: delusioni in agguato PDF Stampa

agri_emi.jpg27/07/2007
Niente di nuovo, il problema dell’agricoltura oggi è la redditività, sempre più bassa.


E stavolta si tratta  di una condizione strutturale, non congiunturale. In altre parole , le difficoltà non si risolveranno in un paio d’anni, ma affliggeranno i nostri imprenditori per un lungo periodo.
Una "soluzione" che va di moda in questo periodo è l’agroenergia. Da molti prospettata e agognata con la stessa disperazione con cui un malato terminale si aggrappa alla magia, ma di certo né le alchimie né gli incantesimi appartengono a questo mondo. La realtà è ben più dura. Lo dimostra lo scarso successo dell’accordo di questa primavera tra le organizzazioni agricole e i produttori di biodiesel. Lo dimostra la richiesta avanzata all’ UE da parte di Germania e Austria di importare dalla Cina 600.000 tonnellate di biodiesel a dazio zero. Ancora lo dimostra il trasferimento nei paesi dell’est Europa di una importante azienda italiana di produzione di biodiesel.
È scontato, il mercato vince, e gli industriali acquistano laddove conviene di più.
Eppure molti pensano di giocare sul tavolo dell’energia verde anche la partita degli ex zuccherifici, convinti di offrire un’opportunità all’agricoltura.
Actelios Falck e Eridania Maccaferri hanno siglato  un accordo  da 300 milioni di euro  per sviluppare la produzione di bioenergia negli ex stabilimenti per la lavorazione della barbabietola di Castiglion Fiorentino russi, Fermo e Villasor (Cagliari). Benché la volontà dichiarata sia quella di approvvigionare di materia prima locale le centrali , un moderato realismo fa supporre che non sarà proprio così. Difficile credere nell’uso di olio di girasole, quotato grezzo a più di 550 euro/t , quando si può importare olio di palma grezzo a 400 euro/t. Lo stesso discorso vale per la biomassa da legno. Ne abbiamo un esempio con la grande centrale di Bando d’Argenta. Neanche un pioppo è stato piantato in Italia per alimentare quello stabilimento. E non è l’unico.
Italia Zuccheri, altro importante protagonista coinvolto nella crisi del settore saccarifero, trasformerà gli ex zuccherifici di Portoviro e Casei Gerola in distillerie per la produzione del bioetanolo a partire dalla granella di mais. Il prezzo liquidato agli agricoltori per il mais sarà niente di più che quello del mercato, e comunque Italia Zuccheri assicura che in parte, e c’è da crederci, ricorrerà a materia prima proveniente dall’estero.
Mentre gli stabilimenti di Finale Emilia e Ostellato diventeranno centrali funzionanti a biomassa da legno. L’impatto per l’agricoltura sarà piuttosto modesto, stimato in circa 1000 ha da investire in pioppo a ciclo breve. Ben poco rispetto alla superficie bieticola persa. Senza contare che verrà utilizzata anche biomassa di origine non agricola, molto meno costosa.
Purtroppo su questa vicenda si è usato un approccio puramente propagandistico, alimentando i sospetti che tutto ciò sia stato montato, anche da parte delle associazioni agricole, che guarda caso partecipano ampiamente ad Italia Zuccheri, per deviare l’attenzione dalle ingenti risorse finanziarie ingiustamente destinate dalla UE  agli industriali per la riconversione degli ex zuccherifici. Invece di finanziare impianti di piccole dimensioni, magari di cogenerazione (contemporanea produzione di energia termica ed elettrica) e quindi ad elevato rendimento energetico complessivo, installati presso gli utenti finali e gestiti direttamente dagli agricoltori, valorizzando così oltre le quotazioni di mercato le produzioni di mais, pioppo o oleaginose.

-Stefano Cerutti-

 
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